Lo sconforto dei giovani nella società delle incertezze: qualche suggerimento per ritrovarsi

Pubblicato da Centro Pathos il

Cosa farò? Che prospettive ho? Dove andrò?

Sono queste le domande che attanagliano i giovani d’oggi. In un mondo in preda all’incertezza, al precariato, alle pessime notizie che quotidianamente i tg forniscono, mantenere viva la fiamma della speranza sembra quasi impossibile. Noi, figli di una generazione di giovanissimi lavoratori, ci ostiniamo a porre un confronto con una società ormai profondamente mutata. Ascoltare le storie di coloro che hanno trovato il tanto agognato “posto fisso” appena ventenni, sapere che la casa in cui siamo cresciuti è stata acquistata quando i nostri genitori avevano la nostra età, fa nascere in noi un senso di fallimento, ci getta nello sconforto e pone davanti ai nostri occhi solamente la prospettiva del nulla.

Ciò che spesso dimentichiamo di considerare, tuttavia, è la naturale capacità dell’essere umano di adattarsi alle condizioni ambientali che lo circondano. Questo meccanismo può giocare a nostro favore o essere un’ulteriore causa di inerzia, di immobilità, a seconda delle risorse interne e della rete di supporto che abbiamo. Il lavoro che possiamo fare su noi stessi gioca su alcuni semplici fattori: il primo è il disapprendimento, un lavoro di “decostruzione” delle nostre convinzioni che paradossalmente può aiutarci a cambiare prospettiva, in quanto rompe quelle catene che ci bloccano in un vortice di pensieri paralizzanti; il secondo è il pensiero creativo, l’arte di reinventarsi a partire dal nuovo terreno fertile che abbiamo precedentemente creato, immaginando nuove possibilità senza i limiti che noi stessi ci imponiamo ripetendoci “è impossibile, non sono in grado, non è realistico”; il terzo è l’autoefficacia percepita, quella che lo psicologo Bandura definiva come la percezione soggettiva delle qualità che possediamo e che ci permettono di affrontare le sfide poste dall’esterno. Possiamo sfruttare anche la cosiddetta “profezia che si autoavvera”, una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa, un modo in cui noi possiamo autodeterminarci e contribuire a tracciare la nostra via in un mondo che ci rende smarriti, semplicemente pensando al nostro obiettivo con la convinzione di poterlo raggiungere. Con ciò non voglio certo spingere a una positività tossica, ossia al rifiuto delle emozioni negative che fanno comunque parte di noi e che vanno ascoltate, tuttavia pensare concretamente a quello che desideriamo per noi e figurarci il percorso è il primo passo per ritrovarci in cammino senza neanche accorgercene.

La questione della rete di supporto è senz’altro più spinosa, non tutti hanno la fortuna di avere una famiglia incoraggiante, eppure la risorsa che noi stessi costituiamo è un qualcosa di fondamentale per noi ma anche prezioso per qualcuno a cui vale la pena donarsi e che lì fuori ci aspetta, che magari è già lì per noi in silenzio. Avremo certamente modo di approfondire in futuro la tematica dell’essere con l’altro e, perché no, del supporto psicologico.

Dunque, in una società che sembra offrire tutto e nulla, quello che possiamo fare è puntare sulle nostre risorse, che spesso ci rifiutiamo di vedere o che ci impediscono di vedere, e sulle infinite possibilità che, seppur paralizzanti, fanno sì che ognuno possa ritagliarsi uno spazio. Che sia per inventarsi un lavoro come i moderni influencer o per avere il nostro luogo sicuro nel mondo, noi possiamo investire su noi stessi e plasmare il nostro microcosmo. I nostri istinti, i nostri desideri, i nostri bisogni ci spingono da sempre e ci suggeriscono la via, occorre capire come incanalarli.

Piuttosto che chiederci dove e come dobbiamo andare, faremmo forse meglio a ricordarci chi siamo e chiederci:

Quale parte di me ha fatto sì che io fossi qui oggi?

Centro Pathos ringrazia la collaboratrice Maria per la stesura di questo articolo.


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